domenica 6 ottobre 2013

La libertà è collaborazione

MALALA




"Io sono Malala. E questa è la mia rivoluzione semplice".

Non è il nuovo slogan della apple per lanciare l'iPhone 37, ma il titolo del libro che deve ancora uscire in Italia e sul quale già si stanno sperticando i radicaloni buonisti di tutto il mondo.

Riassunto per chi negli ultimi tre anni si fosse assentato dalla crosta terrestre: Malala Yousafzai è una sedicenne pakistana, saltata alle cronache per le battaglie sui diritti civili delle donne in Pakistan - sopratutto il diritto all'istruzione - contro i gruppi di talebani che controllano il paese.
A luglio la ragazza è stata accolta a New York, al Palazzo di Vetro, da un boato di benevolenza mentre sciolinava ovvietà sul diritto allo studio per i poveri del mondo.
La cosa divertente è che la platea fosse per lo più composta da persone che in passato almeno una volta hanno stretto affari con i talebani o ordinato bombardamenti indifferenziati sul paese di Malala.

Non ho intenzione di polemizzare con Malala, sul cui nome non farò alcuna stupida ed infantile ironia - quella porca -, però non posso starmene seduto a guardare ed ascoltare passivamente lezioni di educazione civica e letteratura per poveracci.

Perchè il punto è innanzitutto questo: Malala ha "scritto" un libro, presumibilmente nella sua lingua.
Non mi pare che la scuola della critica letteraria italiana si sia mai dedicata con forza all'oriente, quindi la conclusione a cui giungo è che per il momento, ogni commento (chissà perchè tutti positivi) è sostanzialmente frutto della fantasia - visto che il libro ripeto non è ancora uscito.

Nella migliore delle ipotesi i nostri redattori stanno traducendo i commenti dalla versione inglese - a proposito di deontologia professionale.

Secondo: periodicamente ci innamoriamo di cause e uomini o donne che le portano avanti, deleghiamo a loro la nostra responsabilità nei confronti del mondo e ci sentiamo pure con il cuore in pace perché abbiamo criticato i cattivoni pakistani; è successo con Saviano qualche anno fa - ma almeno quelli erano problemi che ci riguardavano in prima persona -, con il Dalai Lama, con Anna Politkovskaja, con chiunque vi viene in mente.
Si chiama metodo Amnesty International: salvarne uno per educarne cento e possiede anche un certo grado di efficacia.
Ma quello che spaventa è il retro pensiero che muove quest'azioni e che in genere - in buona fede - muove l'operato di qualunque umanitarismo; l'idea che noi si sia i buoni, che noi si viva nel migliore tra i mondi possibili - antica polemica Volteriana - , che noi si sia la cavalleria pronta ad intervenire contro i cattivi Apache per salvare il colono indifeso. Un tempo lo chiamavamo colonialismo, ma è la stessa cosa con leggere sfumature ai bordi.

Ed è così che riempiamo i nostri rotocalchi di interviste a Malala, la quale è più schiava di quello che pensa. Ha solo cambiato padrone.

Mi si obbietta: ma in un mondo globalizzato anche i problemi sono globalizzati, è quindi ovvio che ci si interessi di cosa avviene laggiù.
Bene, vi volete interessare? Perfetto non aspettavo di meglio.
Allora con che paesi confina il Pakistan? Quale la forma di governo? Quali conflitti ha dovuto affrontare negli ultimi trent'anni? Chi sono stati i reggenti del potere? Come funziona il sistema d'istruzione che tanto criticate?

Non penso di dover andare avanti.

Il problema consiste proprio in questo: noi facciamo un uso malato - o come direbbe qualcuno criminoso - della libertà di parola; non la Malala, ma noi.
Deprecare le politiche sull'istruzione (ammesso che ci siano) del Pakistan, a maggior ragione in un momento storico in cui nelle nostre città ci opponiamo alla costruzione di moschee o scuole musulmane manco minacciassero di invaderci, è un gesto vile e vuoto. Non è dissimile dall'editoriale di Walter Lipman nel 1946 dove si parla di "destino dell'America a guidare il mondo" e non è nemmeno diverso dal burocrate sovietico che sulla Pravda spiega le atrocità del libero mercato. In entrambi i casi stiamo parlando di libertà al servizio dello schiavismo intellettuale.

Non sto banalmente dicendo che ognuno debba farsi i cazzacci suoi punto e basta. Ma secondo la celebre definizione di un antropologo britannico sarebbe il caso di essere "inospitali a casa propria ed ospitali a casa d'altri".
Porsi problemi per le nostre priorità più che per quelle dei pakistani a cui di solito mettiamo i bastoni fra le ruote.

In passato tra l'altro, libri come quelli di Malala erano direttamente commissionati dai servizio di controspionaggio dei vari paesi, per alimentare la guerra fredda e i conflitti locali.
Tempi in cui le spie ancora se le credevano un casino, appena usciti da Ian Fleming o dai "Tre giorni del Condor", ma non si pensi che gli effetti suscitati da quei testi fossero dissimili da ciò che succede oggi; propaganda involontaria, ma pur sempre propaganda.

Almeno fossero dei gran libri, potremmo chiudere un occhio.

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