venerdì 14 febbraio 2014
Renzi-Letta e il divorzio di San Valentino
Non è stato il pomeriggio più affascinante e romantico della nostra esistenza, anche se vedere in streaming su youdem un vasto numero di esemplari della direzione Pd cambiare sponda così velocemente è sicuramente un piccolo passo per un uomo ma un grande passo per la paraculata.
Non voglio nemmeno mettermi a fare l'elenco dettagliato degli ex bersaniani, dalemiani, prodiani, franceschiniani, lettiani, Eugenio Scalfari, stalinsiti, leninisti, gramsciani, sessantottini, pescivendoli, mammiferi e argonauti che nel giro di pochi anni si sono convertiti al pio Renzi trivulzio fulminati lungo la via di Firenze da chissà quale forza misteriosa.
Come noto solo gli stolti non cambiano mai idea mentre i geni balzellano allegramente da Marx a Tony Blair con biglietto di sola andata urlando "viva le riforme, riforme di tutto il mondo unitevi".
Io: Quali riforme?
Direzione del Pd: Come quali? le riforme! Tutte le riforme.
Per il momento meglio concentrarsi su quel folto esercito di scribacchini e oratori raffinati, di deputati e consiglieri che hanno speso gli ultimi dieci mesi della propria scadente vita professionale ricordandoci che "al governo Letta non esistevano alternative", che dopo di lui ci sarebbe stato solo il caos, che nelle condizioni attuali non "si poteva fare di meglio" perché "non esistevano spazi di manovra sufficienti" e che oggi, si svegliano rinvigoriti dal profondo coma blaterando di coraggio e forza, di ambizione, di governo politico contrapposto allo scadente governo di servizio.
Un vero peccato che lo scadente "governo di servizio" non l'abbiano sfiduciato in Parlamento nelle settimane scorse come dovrebbe avvenire in ogni democrazia parlamentare non disfunzionale e paraplegica, che Matteo Renzi abbia annunciato per settimane la fine della politica degli inciuci dentro i palazzi, che volesse realizzare la riforma elettorale con Berlusconi per mandare questo paese al voto, scatenando finalmente le potenti energie furiose della sinistra che non è sinistra: non vorrei che Matteo Magno Lo Statista a forza di cambiare idea raggiungesse il quoziente intellettivo di Einstein arrivando ad elaborare una nuova teoria della relatività:
E = M.T. al governo
Non scambiatemi per ipocrita: da queste righe non vedrete mai apologie della stabilità in salsa Letta o qualche altro nipotino fortunato, non vi saranno arringhe difensive per l'operato del profumo larga intesa o dell'ex esecutivo che ha subito l'esecuzione con tanto di gogna pubblica - non sono ancora ridotto così male.
Però di certo il nemico del mio nemico non è affatto un mio amico se mi è concesso di esprimermi in questa maniera e, se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, un futuro governo Renzi&Associati non farà certo della coerenza la sua virtù principale.
Possono anche gridare ai quattro venti che "è il momento di osare e essere ambiziosi, di "cambiare marcia" ma prima sarebbe interessante capire in quale direzione posizionare il timone: a ingranare la quinta senza prima aver indicato la strada di solito si finisce contro delle riformiste pareti in acciaio inox generalmente poco inclini al compromesso di scopo.
Se qualcuno ha visto gli interventi al direttivo del Partito Democratico sa che ieri pomeriggio per le sale del Nazareno girava una gran puzza di aria fritta e stufato andato a male: non basta dire di avere il sogno della concretezza per essere concreti, come intuisce ogni parlante nativo che abbia conseguito con discreto successo la licenza di scuola media; non bastano stupidi giochi di parole commissionati ai propri Baricco di turno - ormai un classico della narrativa renziana - per far ripartire un'economia.
Nulla è più appagante del narcisistico lo avevo detto, anche perché comprendere le intenzioni di Renzi guardandolo dritto negli occhi risultava complesso quanto fissare un cane e capire se è affamato.
Se era vero quello che scrivevano nei giorni scorsi astuti osservatori della stampa nostrana e cioè che l'elezione a segretario Pd di Renzi aveva dato una scossa alla nostra "democrazia bloccata", che il "convoglio riformatore" si era finalmente messo in marcia non si capisce, se non alla luce della fame di potere, la necessità di farsi Presidente del Consiglio nel giro di un battito di ciglia.
Ai genietti che si stanno esprimendo sull'argomento in queste ore, basti ricordare che premier o non premier le leggi si scrivono in Parlamento, a meno di non voler prolungare quel modus operandi agonizzante e un po' fascistoide che vende nell'organo legislativo la mignotta dell'esecutivo.
Se Renzi avesse la volontà o la forza politica di attuare le fantomatiche riforme strutturali di cui il paese a dire di molti necessita, potrebbe farlo già ora in qualità di segretario del partito con la maggioranza relativa alla Camera e al Senato, senza alcun bisogno di colpetti di mano, ribaltoni, rimpasti, aperitivi o altre cerimonie collettive orgiastiche che di tanto in tanto rispolveriamo dal cassetto degli attrezzi.
Non si capisce perché non poteva imporre la sua "agenda" - che aspettiamo pazientemente di conoscere nei contenuti e non solo nei titoletti da harmony che ci vengono propinati - alla maggioranza di governo già esistente che, per inciso, sarà la stessa che dovrà sostenerne l'esecutivo ameno di non voler nuovamente cambiare opinione e chiedere l'appoggio del risorto cavaliere di Arcore.
Per adesso prendiamo atto di un semplice fatto: in meno di una stagione Renzi ha già mentito un paio di volte ai suoi due milioni di elettori (due, non dieci, non quindici ma due per adesso) dicendo prima delle primarie che non avrebbe più trattato con Berlusconi per elevarlo trenta giorni dopo il voto a suo principale interlocutore e, più recentemente, sostenendo che non avrebbe fatto cadere il governo Letta per poi silurarlo alle spalle in un freddo pomeriggio invernale previa conversione di un bel gruzzolo di opportunisti piddini, sempre pronti ad offrire appoggio incondizionato al nuovo temporaneo leader rivoluzionario.
L'unico, per quello che si è visto, a mantenere un filo coerenza sulle posizioni precedentemente espresse (che pure erano critiche nei confronti di Letta) è stato Pippo Civati, non a caso lo sconfitto senza appello nelle primarie di dicembre, il che dovrebbe aprire anche una dolce pausa di riflessione nelle teste degli elettori del partito sempre più schiacciati sull'unica ideologia post novecentesca: quella della vittoria, costi quel che costi.
Ci aggiorneremo fra qualche mese di operoso buon governo del fare, quando anch'io avrò senz'ombra di dubbio cambiato opinione, entrando di diritto nel novero dei non-stolti.
Attenzione però che ad avere troppi intelligenti a piede libero per le strade non si capisce più da che parte stia la stupidità.
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