mercoledì 20 novembre 2013

Il denaro a catinelle

Vi sono solo due cose di cui sono realmente pentito della mia vita: essere nato e, posta questa traumatica condizione iniziale, non essere andato a vedere il film di Checco Zalone Terrone, Sole a catinelle.

Lo dico perché nella giornata di ieri una notizia apparentemente innocua, mi ha sconvolto l'esistenza. Pare che il kolossal sulla meridionalità abbia massacrato tutti i record d'incassi di film italiani al botteghino, con un gettito pari a 44 milioni di euro che Saccomanni pensa di espropriare per coprire l'abolizione della seconda rata dell'Imu e per comprarsi un nuovo paio di occhiali.

Primo film italiano di tutti i tempi e terzo nella classifica generale dietro solo ad Avatar e Titanic - in questo momento James Cameron sta sorseggiando un mojito mentre una ballerina domenicana gli domanda con voce arrapata "ti piacciono gli euri degli italiani?"

Ripeto: il film non l'ho visto, non lo voglio vedere per evitare di ricredermi sul suo conto, non azzardo sociologiche interpretazioni che lascio volentieri ai docenti di Tor Vergata e faccio per così dire un atto di fede - noi comunisti siamo fatti così.

Il film fa cagare a prescindere dagli incassi, ne sono sicuro come sono sicuro di pensare che Cartesio pensava

Detto ciò che figurone avrei fatto se fossi stato il primo italiano a vederlo nelle sale, magari in anteprima, a scriverne da queste colonne on line? Intendo parlarne in maniera mirabolante, accogliendolo come testimonianza di un Sud che non ci sta più a farsi dipingere con stereotipi vecchi di quarant'anni, inneggiando all'uso delle parolacce e del gergo come sintomo di quel realismo pasoliniano oramai abbandonato dai cineasti, tutti schiacciati su un codice linguistico omologato che appiattisce le differenze - differenze che sono ricchezza di un popolo.

Avrei sbeffeggiato tutti quei critici radical chic affezionati al nouvelle vague che non comprendono la portata dei fenomeni popolari massmediatici nostrani; li avrei battuti tutti sul tempo e sul loro terreno da gioco preferito.

A quest'ora sarei ricco come uno stronzo a sorseggiare mojito insieme a James Cameron  e a beffarmi del lassismo fiscale delle civiltà mediterranee, mi vanterei di esser un intellettuale del popolo, che non ha paura di mischiarsi con la massa e non vuole passare la vita in uno stambugio al sesto piano della torre d'avorio che si è costruito intorno. Poi la notte di nascosto guarderei comunque dei film decenti consapevole del fatto che "occhio non vede, cuore non duole".

Ci ho pensato realmente tre settimane fa a questa possibilità ma la mia deontologia, il mio imperativo categorico o se preferite quel bastardo di un grillino parlante che fa salto triplo con l'asta nel mio cervello, me lo hanno impedito.

Ed ora sono ancora solo, un reietto, un diseredato solo perché non avevo cinque euro per andare all'Odeon - che vita di merda.

Sono povero ma felice. Un uomo retto. Come James Cameron.

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